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Hilkhot Talmud Torah – Capitolo 3: La corona della Torah, il rapporto con il lavoro e la fatica dello studio

🎥 Guarda la lezione completa

https://www.youtube.com/watch?v=0M6ZzxK_0lk

Lezione tenuta da Rav Shaikevitz


Il terzo capitolo delle Hilkhot Talmud Torah affronta uno dei nuclei più profondi dell’intera visione del Rambam sullo studio: la grandezza assoluta della Torah, il suo rapporto con le altre mitzvot, il delicato equilibrio tra studio e lavoro, e soprattutto il tipo di dedizione che la Torah richiede a chi desidera davvero farla propria.

Non si tratta solo di stabilire quante ore studiare o come organizzare la giornata. Qui il Rambam definisce una vera gerarchia di valori: che cosa viene prima, che cosa rende una persona grande, e quale atteggiamento interiore permette davvero di acquisire la Torah.


Le tre corone: Torah, sacerdozio e regalità

Il capitolo si apre con una celebre immagine: il popolo ebraico ha ricevuto tre corone.

  • La corona della Torah
  • La corona del sacerdozio
  • La corona della regalità

La corona del sacerdozio fu data ad Aharon e alla sua discendenza.
La corona della regalità fu data a David e alla sua discendenza.

Entrambe, quindi, appartengono a linee genealogiche precise. Non tutti possono diventare re e non tutti possono diventare kohanim.

La corona della Torah, invece, è diversa. Non è riservata a una famiglia, a una casta o a una particolare nascita. È lasciata aperta davanti a tutto Israele.

“La Torah che Mosè ci ha comandato è eredità della congregazione di Yaakov.”

Il significato, spiega il Rambam, è netto: chiunque la voglia può venire a prenderla.


Perché la corona della Torah è superiore alle altre

Si potrebbe pensare che regalità e sacerdozio siano più elevati perché legati a ruoli sacri e pubblici. Il Rambam ribalta questa idea.

La Torah stessa dice:

“Per mezzo mio regnano i re.”

Questo significa che anche il potere regale dipende dalla Torah. La Torah non riceve la sua importanza dal regno: è piuttosto il regno a riceverla dalla Torah.

Di conseguenza:

  • La Torah è superiore alla regalità
  • La regalità è superiore al sacerdozio
  • Quindi la corona della Torah è la più alta di tutte

Per questa ragione i Maestri insegnano che perfino un mamzer talmid chacham, uno studioso di Torah nato da un’unione illecita, ha precedenza su un Kohen Gadol ignorante.

Il valore della Torah supera perfino la grandezza della carica più elevata del Santuario.


Lo studio della Torah vale quanto tutte le mitzvot

Il Rambam afferma poi un principio radicale:

Nessuna mitzvah è paragonabile allo studio della Torah.

Anzi, lo studio della Torah equivale a tutte le mitzvot insieme.

La ragione è fondamentale: lo studio conduce all’azione.
La Torah non è solo una mitzvah tra le altre; è ciò che rende possibile conoscere, comprendere e praticare tutte le altre mitzvot.

Per questo motivo lo studio ha un posto centrale e prioritario nella vita ebraica.


Quando lo studio prevale e quando si interrompe

Se una persona si trova davanti a una scelta concreta tra:

  • studiare Torah
  • compiere una mitzvah

la regola dipende da un fattore preciso.

Se la mitzvah può essere compiuta da un’altra persona, non si interrompe lo studio.
Se invece quella mitzvah non può essere compiuta da altri, allora si interrompe lo studio, si compie la mitzvah e poi si ritorna alla Torah.

Il Rambam non svaluta le mitzvot pratiche; insegna però che lo studio ha una forza propria che non va interrotta senza motivo.


Il primo giudizio nel mondo a venire

Un altro punto molto forte del capitolo è che il primo ambito su cui la persona verrà giudicata è lo studio della Torah.

Anche qui la spiegazione è la stessa: poiché lo studio conduce alle azioni, esso precede. La Torah è la radice da cui il resto si sviluppa.

Per questo i Maestri insistono che la persona debba sempre occuparsi della Torah, perfino quando ancora non vive pienamente ciò che studia. Il principio è noto:

Mitoch shelo lishmah ba lishmah
Da un impegno non ancora perfetto, si arriva poi a uno puro.

Lo studio ha la forza di trasformare chi studia.


Come si acquisisce la corona della Torah

A questo punto il Rambam passa dal principio generale alla via concreta.

Chi desidera davvero meritare la corona della Torah non può inseguire nello stesso tempo Torah, ricchezza, onore e comodità come se tutto avesse uguale peso. La Torah richiede una scelta di priorità.

Il Rambam cita la via della Torah in termini duri e famosi:

  • mangiare pane con sale
  • bere poca acqua
  • dormire per terra
  • vivere una vita di fatica
  • dedicarsi alla Torah

Il senso non è glorificare la miseria in sé, ma insegnare che la Torah si acquisisce anche attraverso sacrificio, sobrietà e concentrazione assoluta. Se una persona si trova in condizioni difficili, questo non la esonera dalla Torah; al contrario, la sfida stessa diventa parte della sua acquisizione.


Non devi completare l’opera, ma non sei libero di sottrarti

A questo punto potrebbe sorgere una scoraggiata obiezione: se la Torah è così immensa, e io so già che non riuscirò mai a dominarla tutta, perché dovrei sforzarmi?

La risposta dei Maestri, riportata dal Rambam, è una delle frasi più celebri dell’ebraismo:

Non spetta a te completare l’opera, ma non sei libero di sottrarti ad essa.

La grandezza infinita della Torah non è un motivo per ritirarsi. Al contrario, è la ragione per dedicarsi con tutte le proprie forze, sapendo che il valore non dipende solo da quanto si raggiunge, ma dallo sforzo investito.

Il Rambam insiste: la ricompensa è proporzionata alla fatica. Non conta solo la quantità di sapere accumulato; conta quanto la persona ha realmente dato di sé nello studio.


Lo studio deve essere fisso, il lavoro secondario

Uno dei messaggi più pratici del capitolo riguarda il rapporto tra Torah e lavoro.

Il Rambam mette in guardia da un pensiero molto comune: “Prima sistemo la mia vita economica, poi quando sarò tranquillo tornerò a studiare.”

Secondo il Rambam, chi ragiona così rischia di non arrivare mai alla Torah. Le occupazioni si moltiplicano, le necessità crescono, il tempo non arriva mai da solo.

Perciò la regola è:

  • lo studio della Torah deve essere fisso
  • il lavoro deve essere secondario

Non significa abolire il lavoro, ma rifiutare che esso diventi il centro assoluto della vita.


Non nei cieli, non oltre il mare

Il Rambam interpreta poi un versetto famoso:

“Non è nei cieli… e non è al di là del mare.”

Che cosa significa?

I Maestri spiegano:

  • “Non è nei cieli” → la Torah non si trova tra i superbi
  • “Non è oltre il mare” → la Torah non si trova tra chi è continuamente trascinato dai viaggi e dagli affari

La Torah richiede una presenza interiore, una disponibilità, una scelta di limite. Chi è troppo disperso negli affari e nel movimento continuo difficilmente potrà diventare davvero sapiente.

Per questo i Maestri insegnano: riduci l’attività commerciale e dedicati alla Torah.


La Torah si trova nell’umiltà

Dopo aver parlato di lavoro e studio, il Rambam introduce un altro elemento decisivo: l’umiltà.

Le parole della Torah sono paragonate all’acqua. Come l’acqua non si raccoglie sulle alture ma scende verso i luoghi bassi, così la Torah non si posa sugli arroganti. Si posa invece su chi è umile, semplice, disposto a sedersi ai piedi dei Maestri e a svuotarsi dall’illusione di bastare a se stesso.

La grandezza nella Torah non nasce dall’ego, ma da una disponibilità profonda a ricevere.


Non usare la Torah per mantenersi

Uno dei passaggi più netti del capitolo è il divieto di trasformare la Torah in un mezzo di sostentamento.

Il Rambam usa parole estremamente dure per chi pensa di dedicarsi alla Torah senza lavorare e di vivere di carità facendo dello studio la propria fonte materiale. Secondo lui questo comportamento:

  • profana il Nome di Hashem
  • disonora la Torah
  • spegne la luce della religione
  • porta male a se stessi in questo mondo
  • compromette il mondo a venire

I Maestri dicono:

“Non farne una corona per vantarti né un’ascia con cui guadagnarti da vivere.”

La Torah non deve essere usata come strumento di prestigio o come professione sfruttata per convenienza.


Il valore del lavoro

Per il Rambam, il lavoro non è un ripiego inferiore, ma una grande dignità.

Guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro è una virtù delle generazioni passate. La persona che mangia del frutto delle sue mani merita bene in questo mondo e nel mondo a venire.

Il lavoro onesto protegge la dignità dello studio e impedisce che la Torah venga ridotta a mezzo di dipendenza materiale. Inoltre, uno studio senza alcun lavoro rischia di crollare, perché la mancanza di sostentamento può trascinare la persona verso comportamenti gravi.


La Torah si mantiene solo nella fatica

Nella parte finale del capitolo il Rambam torna a parlare della qualità dello studio.

La Torah non si mantiene in chi la affronta con mollezza, nel comfort eccessivo, tra sonno abbondante, piaceri e distrazioni. Essa si radica invece in chi accetta di affaticarsi per lei.

I Maestri interpretano così il versetto:

“Questa è la Torah: l’uomo che muore nella tenda.”

La Torah si conserva in chi, per così dire, “muore” nella tenda dello studio, cioè vi investe la propria vita con totalità.

Anche Shlomò haMelekh insegna che la sapienza che rimane è quella acquistata con difficoltà. La Torah appresa con sforzo entra più in profondità e dura di più.


Studiare nel Bet Knesset, studiare ad alta voce, studiare con umiltà

Il Rambam riporta anche alcune indicazioni pratiche dei Maestri:

  • chi si affatica nella Torah nel Bet Knesset non dimentica facilmente
  • chi studia in modo umile e senza ostentazione diventa sapiente
  • chi studia ad alta voce ricorda meglio
  • chi studia soltanto in silenzio tende a dimenticare più facilmente

La Torah va quindi studiata in modo vivo, concreto, disciplinato.


La grandezza dello studio notturno

Un’altra enfasi importante del capitolo riguarda la notte.

Anche se la mitzvah di studiare vale giorno e notte, il Rambam insegna che la maggior parte della sapienza si acquisisce di notte. Chi desidera davvero la corona della Torah deve custodire le proprie notti e non sprecarle soltanto in sonno, cibo, bevande o chiacchiere vuote.

La notte è presentata come il tempo privilegiato della profondità, del raccoglimento e dell’accumulazione della Torah.

I Maestri arrivano a promettere che chi studia Torah di notte riceverà un filo di grazia divina durante il giorno.


Trascurare la Torah nella ricchezza, studiarla nella povertà

Il capitolo si chiude con una forte contrapposizione.

Chi trascura la Torah per via della propria ricchezza, assorbito da mangiare, bere, agi e riposo, rischia di perdere quella stessa ricchezza e di trovarsi poi nella povertà, senza più la possibilità di studiare.

Al contrario, chi mantiene la Torah anche nella povertà e nella sofferenza finirà per meritare una situazione di benessere in cui potrà continuare a studiare con più ampiezza.

La logica è profonda: la Torah non è qualcosa da rimandare a quando la vita sarà perfetta. È proprio la fedeltà alla Torah nelle condizioni difficili che costruisce il futuro spirituale e materiale della persona.


Conclusione

Questo capitolo del Rambam presenta una visione esigente ma luminosa dello studio della Torah.

La Torah è:

  • la più alta delle corone
  • superiore a sacerdozio e regalità
  • equivalente a tutte le mitzvot
  • il centro della vita ebraica
  • qualcosa che si acquisisce con umiltà, costanza e sacrificio

Il messaggio finale è netto: la Torah non si ottiene per inerzia, per prestigio o per comodità. Si ottiene quando una persona la mette davvero al centro della propria esistenza, accetta di faticare per essa e costruisce attorno a essa tutta la propria vita.

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