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Hilkhot Teshuvà – Capitolo 2: Che cos’è il vero pentimento, quando è il momento più propizio e come si chiede davvero perdono

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https://www.youtube.com/watch?v=0N6Q4hb19so

Lezione tenuta da Rav Bekhor


Il secondo capitolo delle Hilkhot Teshuvà è uno dei più umani e concreti di tutto il Rambam. Non si limita a dire che bisogna pentirsi: spiega che cosa significa davvero tornare, come riconoscere una Teshuvà autentica, quali sono i tempi più favorevoli per il ritorno e, soprattutto, come si riparano le ferite create nei rapporti umani.

Il capitolo si sviluppa in tre parti:

  • dalle halakhot 1 a 5: che cos’è la Teshuvà e come si esprime
  • dalle 6 alle 8: i tempi della Teshuvà, dai Dieci Giorni fino a Yom Kippur
  • dalle 9 alle 11: il perdono tra esseri umani, la riparazione del danno e il dovere di saper perdonare

La Teshuvà completa: quando la stessa situazione si ripresenta e la persona non ricade

Il Rambam apre con una definizione altissima della Teshuvà gemurah, il pentimento completo.

Non basta sentirsi in colpa, né basta smettere di peccare perché sono cambiate le condizioni. Il vero test arriva quando la persona si trova nella stessa situazione in cui aveva sbagliato:

  • lo stesso desiderio
  • la stessa possibilità concreta
  • la stessa forza fisica
  • lo stesso contesto

e questa volta non ricade.

Questa è la prova che il cambiamento è reale. Non si tratta più di un freno esterno, ma di una trasformazione interiore. La persona non evita il peccato perché ha paura degli uomini, perché è più debole o perché non ne ha più occasione: lo evita perché è cambiata.

Il Rambam porta l’esempio di chi aveva commesso un rapporto proibito e poi incontra di nuovo quella stessa donna, nelle stesse condizioni, desiderandola ancora, ma questa volta si trattiene. Lì si vede che la Teshuvà è vera: la persona ha capito che il peccato danneggia la sua vita e la sua anima.


Il momento migliore per cambiare è quando si è ancora forti

Il Rambam collega questo principio a un versetto di Qohelet: bisogna ricordarsi del proprio Creatore nei giorni della giovinezza.

Il senso è netto: non bisogna aspettare di essere ormai indeboliti, di aver perso il desiderio o di non avere più la possibilità di peccare. Il pentimento più alto è quello di chi cambia quando potrebbe ancora sbagliare, ma sceglie di non farlo.

Questo non vuol dire che una Teshuvà tardiva non valga. Vale eccome. Anche chi si pente in vecchiaia, quando non può più ripetere gli stessi errori, ha comunque compiuto Teshuvà. Solo che non è il livello più completo.

E persino chi si pente il giorno della sua morte viene perdonato. Finché una persona è viva, finché il sole non è ancora tramontato sulla sua esistenza, la porta del ritorno resta aperta.


Che cosa include la Teshuvà: lasciare il peccato, toglierlo dal cuore, decidere di non tornare più

La seconda halakhà entra nella struttura del pentimento.

La Teshuvà non è solo un’emozione vaga. Richiede diversi passaggi:

  • abbandonare il peccato
  • toglierlo dai pensieri
  • decidere in modo fermo di non rifarlo mai più
  • provare rammarico per il passato

Il Rambam non descrive un semplice cambiamento di comportamento, ma un lavoro profondo sulla volontà. Il peccato non deve restare “nell’angolo”, conservato come possibilità futura. Va estirpato.

L’immagine pratica è quella di una dipendenza: non basta dire “non voglio più”, se in realtà dentro di sé si continua a desiderarla. Il vero ritorno è quando si prende le distanze dal male in modo netto, come da qualcosa che ormai si riconosce come distruttivo.

A tal punto che, dice il Rambam, D-o stesso, che conosce il cuore umano, può testimoniare che in quel momento la persona non tornerebbe più a quel peccato.

Non significa che in futuro non potrà mai più cadere. Significa che adesso, nel punto in cui si trova, il suo cuore è sinceramente e pienamente staccato da quel male.


Senza un distacco interiore, la confessione non basta

La terza halakhà aggiunge un punto decisivo: chi dice verbalmente di essersi pentito, ma in realtà non ha lasciato davvero il peccato nel cuore, assomiglia a una persona che si immerge nel mikveh per purificarsi mentre tiene in mano una fonte di impurità.

L’immersione non può funzionare finché si rimane attaccati a ciò che contamina.

Il Rambam vuole dire che la confessione verbale, da sola, non basta. Se uno continua a custodire il peccato dentro di sé, o lascia una “porta aperta” per il futuro, la Teshuvà non è completa.

Per questo la confessione deve essere il compimento di qualcosa di reale, non la sua sostituzione.


Bisogna specificare il peccato?

Il Rambam insegna che, nella confessione, è importante specificare il peccato. Porta come prova il modo in cui Moshe Rabbenu parla del vitello d’oro: non dice genericamente che il popolo ha peccato, ma precisa il contenuto del peccato.

Secondo il Rambam, questa precisione fa parte della completezza della Teshuvà. Altre grandi autorità halakhiche, come il Rif e il Rosh, ritengono invece che non sia sempre indispensabile specificare tutti i dettagli perché il pentimento sia valido.

Ne emerge una distinzione importante: specificare il peccato è certamente una forma più piena e più intensa di Teshuvà, ma sul piano pratico l’espiazione non dipende sempre in modo assoluto da questo dettaglio.


I segni di una Teshuvà autentica

Il Rambam elenca poi diversi comportamenti che manifestano una Teshuvà sincera:

  • gridare e supplicare davanti a D-o
  • piangere e sentirsi amareggiati per il peccato
  • fare tzedakà e opere di bene
  • allontanarsi concretamente da ciò che ha portato al peccato
  • cambiare simbolicamente il proprio nome, cioè la propria identità
  • cambiare luogo, andare in esilio o comunque uscire dal contesto che alimentava l’errore

L’idea generale è che il pentimento autentico non resta confinato nella mente. Coinvolge:

  • il cuore
  • la parola
  • le azioni
  • il modo in cui la persona percepisce se stessa

Quando uno dice “non sono più quella persona”, non nel senso magico del termine, ma nel senso di una trasformazione reale, allora la Teshuvà ha preso forma.


Peccati verso D-o e peccati verso il prossimo: non si riparano nello stesso modo

Una delle sezioni più importanti del capitolo è la distinzione tra:

  • peccati tra l’uomo e D-o
  • peccati tra l’uomo e il prossimo

Yom Kippur e la Teshuvà espiano i peccati verso D-o: per esempio, trasgressioni rituali, omissioni e infrazioni che riguardano direttamente il rapporto con il Cielo.

Ma per i peccati verso il prossimo non basta il pentimento interiore, non basta Yom Kippur, e non basta nemmeno il pianto. Bisogna:

  • restituire ciò che si deve
  • riparare il danno
  • chiedere perdono alla persona offesa

Se uno ha rubato, deve restituire. Se ha umiliato, deve cercare il perdono. Se ha ferito con le parole, deve fare pace.

Senza questo, Yom Kippur non completa l’espiazione.


Come si chiede perdono a una persona

Il Rambam stabilisce una procedura molto concreta.

Se una persona ha ferito il prossimo, deve andare da lui e dirgli con sincerità che si pente, chiedendogli di perdonarlo. Se l’altro non vuole perdonare, allora si portano tre persone che lo aiutino a conciliare e a persuaderlo.

Se ancora non accetta, si ripete una seconda volta con altri tre.
Se ancora rifiuta, si fa una terza volta.

Dopo tre tentativi, se la persona offesa continua a rifiutare, il problema non è più di chi ha chiesto perdono, ma di chi si ostina a non perdonare. A quel punto è lui a comportarsi con crudeltà.

Il Rambam fa però un’eccezione per il proprio maestro: verso un maestro bisogna continuare a cercare il perdono anche molte volte.


Il dovere di saper perdonare

Il capitolo non si ferma a chi deve chiedere scusa. Parla anche di chi deve concedere il perdono.

Una persona, dice il Rambam, non deve essere crudele. Deve essere:

  • difficile all’ira
  • facile alla riconciliazione
  • pronta a lasciarsi placare

Quando l’altro chiede perdono sinceramente, bisogna perdonarlo con cuore integro e con animo sereno. Non con un perdono freddo, ostile, con rancore trattenuto. Il perdono deve essere reale.

Qui il Rambam va molto in profondità: perdonare non fa bene solo all’altro, ma innanzitutto a chi perdona. Chi non perdona rimane imprigionato nel dolore che ha subito. La ferita resta viva, il rancore continua a consumarlo.

In questo senso, imparare a perdonare è una forma di libertà interiore.


Il perdono come tratto dell’identità d’Israele

Il Rambam presenta il saper perdonare come una qualità essenziale di Israele: un cuore pulito, capace di lasciare andare il rancore.

Al contrario, l’ostinazione a non perdonare viene descritta come una durezza estranea a questo ideale. La persona che non sa lasciar andare mostra un cuore non lavorato, ancora dominato dall’ego.

Il messaggio è fortissimo: chi vuole essere perdonato da D-o deve imparare a perdonare gli altri.


Se la persona offesa è morta

L’undicesima halakhà affronta un caso doloroso: che cosa fare se si è peccato contro qualcuno e quella persona è già morta.

Il Rambam dice che bisogna recarsi sulla sua tomba con dieci persone e dichiarare davanti a loro e davanti al defunto di aver peccato contro di lui. Se c’è un debito economico, bisogna restituirlo agli eredi; se non si conoscono gli eredi, si deposita la somma presso il Bet Din.

Anche qui il principio è sempre lo stesso: la Teshuvà vera non resta nell’emozione. Ripara, restituisce, verbalizza, prende responsabilità.


I tempi della Teshuvà: sempre, ma non tutti uguali

Dopo aver definito la natura del ritorno, il Rambam passa ai tempi della Teshuvà.

In linea di principio, si può e si deve fare Teshuvà sempre. Ma ci sono momenti in cui essa è più facilmente accolta.

Il primo è il periodo dei Dieci Giorni di Teshuvà, da Rosh HaShanà a Yom Kippur. In quei giorni D-o è “vicino” in un modo speciale, e il ritorno dell’individuo viene accolto con particolare favore.

Questa regola vale soprattutto per il singolo. Il pubblico, invece, ha una forza speciale tutto l’anno: quando una comunità prega e si pente insieme, la sua voce viene ascoltata in ogni momento.


Yom Kippur: il culmine del ritorno

Al di sopra dei Dieci Giorni di Teshuvà c’è Yom Kippur stesso, il giorno del perdono per eccellenza.

È il giorno in cui tutti devono fare Teshuvà e confessare, non solo i peccatori evidenti, ma anche i giusti, perché ogni persona ha sempre qualcosa da purificare e da elevare.

Il Rambam aggiunge che la confessione va iniziata già a Minchà della vigilia di Yom Kippur, prima del pasto finale, per il timore che possa accadere qualcosa durante il pasto e che la persona non faccia in tempo a confessarsi.

Poi la confessione viene ripetuta ancora durante Yom Kippur, nelle tefillot del giorno. Il viduy non è un gesto secondario: accompagna l’intero movimento del ritorno.


La formula minima della confessione

Il Rambam indica una formula minima di confessione:

“Aval chatanu” – “Ma noi abbiamo peccato”

Questa è la base del viduy. Alcuni spiegano che in questa espressione è già contenuto tutto il nucleo della confessione: il riconoscimento semplice e sincero del fatto di aver peccato.

Anche chi ha già confessato un peccato in un precedente Yom Kippur deve tornare a menzionarlo negli anni successivi, non perché il perdono non sia avvenuto, ma perché il peccato deve restare davanti alla coscienza come memoria che rende la persona più vigile e più umile.


Parlare in pubblico dei propri peccati: quando sì e quando no

Il Rambam distingue con grande precisione.

Se i peccati riguardano il prossimo, è giusto anche renderli noti, mostrare apertamente di aver fatto del male e di volersi correggere. Questo manifesta sincerità.

Se invece i peccati riguardano il rapporto tra la persona e D-o, non è bene pubblicizzarli. In quel caso il viduy va fatto davanti a D-o, con sincerità, ma senza esibire pubblicamente la propria trasgressione. Esporre in pubblico peccati “verticali” non è umiltà: può diventare sfrontatezza.

Il versetto che loda chi “copre” il peccato si riferisce proprio a questo secondo caso.


Conclusione

Questo capitolo del Rambam costruisce una vera pedagogia del ritorno.


La Teshuvà non è un’emozione fugace né una formula rituale. È un processo completo che coinvolge:

  • la memoria del male compiuto
  • il dolore per ciò che si è fatto
  • la decisione di non tornare più a quel peccato
  • la confessione verbale
  • la riparazione concreta
  • la trasformazione dell’identità
  • la capacità di chiedere perdono e di perdonare

E soprattutto insegna una verità umana profondissima: chi non sa perdonare resta prigioniero del proprio ego e del proprio dolore. Chi sa perdonare, invece, non fa solo una mitzvà: si libera.

Per questo il capitolo non parla solo di espiazione, ma anche di vita felice, relazioni sane e libertà interiore. La Teshuvà, nel Rambam, non è soltanto tornare a D-o: è anche tornare a essere una persona vera.

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