La Torah è immutabile: profezia, falsi profeti e “hora’at sha’ah” secondo il Rambam
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Lezione tenuta da Rav Bekhor
Introduzione
Nel capitolo 9 di Yesodei HaTorah (penultimo del Sefer HaMadda), Rav Bekhor mette a fuoco un’idea-cardine: la “itnut haTorah”, la stabilità assoluta della Torah.
Se D-o è eterno e “oltre il tempo”, anche la Sua Torah non può essere un progetto soggetto a revisioni. Non è una tradizione che si aggiorna a seconda delle epoche: è un patto che resta vero “al di sopra del tempo e della situazione”.
Da qui nasce un tema molto concreto: come riconoscere e respingere ogni tentativo di “modificare” la Torah, che si presenti come riforma religiosa, modernizzazione, o perfino come “profezia” accompagnata da miracoli.
“Lo tosif… ve-lo tigra”: non aggiungere, non togliere
Il Rambam fonda l’immutabilità della Torah su un principio esplicito:
“Et kol ha-davar asher anokhi metzavveh etchem… lo tosif alav ve-lo tigra mimenu” (Devarim 13:1)
La Torah non ammette né aggiunte né sottrazioni.
Rav Bekhor lo traduce in un linguaggio molto netto: non esiste una Torah “al 99%”. Anche se si tocca “solo l’1%”, non è più Torah.
Accanto a questo, viene richiamata anche l’idea che ciò che è stato rivelato a Israele resta vincolante “per sempre”:
“Ha-nistarot laHashem Elokeinu, ve-ha-niglot lanu u-levaneinu ad olam…” (Devarim 29:28)
Quando la “modernizzazione” diventa rottura
La lezione collega questo principio anche al mondo contemporaneo: movimenti che hanno provato a “riformare” l’ebraismo non stanno semplicemente scegliendo un minhag diverso, ma stanno agendo su ciò che, per definizione, non si può toccare: la Torah come volontà eterna di D-o.
Il punto non è discutere casi particolari, ma stabilire un criterio:
se la Torah è eterna, un sistema che la modifica per adattarla sta creando qualcos’altro.
Il primo grande precedente: Korach e la pretesa di riscrivere le regole
Rav Bekhor porta Korach come simbolo di una dinamica antica quanto la Torah stessa: non solo contestare una leadership, ma mettersi nella posizione di “decidere” le regole.
La lezione sottolinea come Korach non muoia in modo “normale”, proprio perché la sua storia diventi un monito permanente: la Torah non è terreno di rinegoziazione.
Miracoli e profezia: non basta stupire per avere autorità
Il capitolo ribadisce una regola cruciale già accennata in altri punti del Rambam: anche se qualcuno compie miracoli, non per questo è un profeta autentico.
E soprattutto: anche un profeta autentico non può mai dire:
- “È stata aggiunta una mitzvah”
- “Una mitzvah non vale più”
- “Le regole non erano per sempre”
- “La Torah va reinterpretata per annullare l’obbligo”
Chi fa questo, anche con segni e prodigi:
➡️ è navi sheker (falso profeta)
Perché il suo messaggio contraddice il fondamento: la Torah è stabile.
D-o non cambia idea: “Lo ish El veychazev”
Un passaggio forte della lezione richiama l’idea che D-o non è “come un uomo” che cambia opinione o si adatta all’umore dei tempi:
“Lo ish El veychazev” (Bemidbar 23:19)
Se D-o è oltre il tempo, anche le Sue regole non possono essere “temporanee” nel senso di rivedibili a piacere. La Torah non dipende da mode, pressione culturale o “nuove sensibilità”: resta Torah.
E allora a cosa serve la profezia dopo Moshe Rabbenu?
Qui il Rambam introduce un equilibrio delicato: se la Torah è immutabile, perché la Torah stessa dice che D-o farà sorgere profeti?
“Navi akim lahem mi-kirbam… ve-natati devarai be-fiv” (Devarim 18:18)
La risposta non è “per cambiare la Torah”, ma per guidare il popolo: ammonire, correggere, indirizzare in momenti specifici.
L’eccezione: “hora’at sha’ah” (ordine temporaneo)
Arriviamo al punto più sottile del capitolo: esiste un caso in cui un profeta può ordinare una trasgressione?
Sì, ma solo come hora’at sha’ah: un ordine eccezionale, limitato a quella situazione, senza trasformarsi in regola generale.
Il modello classico è Eliyahu HaNavi sul Monte Carmel (Har HaKarmel): offrire un sacrificio “fuori” da Yerushalayim sarebbe normalmente proibito, ma in quel caso viene comandato come intervento straordinario per spezzare l’idolatria e riportare il popolo alla verità.
La chiave è sempre questa:
- temporaneo
- per una necessità spirituale reale
- mai per creare una nuova norma
- mai per cambiare la Torah
Tre linee rosse: quando non si ascolta
La lezione insiste su un criterio pratico: ci sono situazioni in cui non si ascolta un presunto profeta perché il suo messaggio lo squalifica.
In particolare:
- se vuole annullare o modificare permanentemente una mitzvah
- se presenta il cambiamento come “la nuova Torah”
- se pretende di usare la “profezia” per riscrivere la Halakhah
In questi casi, anche se fa miracoli, resta: ➡️ navi sheker
“Lo baShamayim hi”: la Halakhah non si decide con la profezia
Un altro punto essenziale: anche quando c’è una disputa halakhica tra posizioni rabbiniche, non si risolve con la profezia.
La Torah è stata data agli esseri umani e al processo halakhico: decisioni, maggioranze, interpretazione secondo le regole. La profezia non è lo strumento per decretare “Halakhah come X e non come Y”.
In altre parole: la Torah non è più “in cielo” per essere determinata da messaggi soprannaturali; è affidata ai chachamim e alle regole della Torah stessa.
Conclusione
Il capitolo 9 costruisce una protezione doppia:
- da un lato afferma che la Torah è eterna e non si tocca
- dall’altro spiega che la profezia ha un ruolo reale, ma non legislativo
Il risultato è un principio potente:
la Torah può guidare ogni generazione senza cambiare identità, perché la sua stabilità non è rigidità culturale, ma fedeltà all’eternità di D-o.
